Francia: la storia di Daniele e di altri 3.000 italiani “dimenticati” nelle carceri straniere

   

Terra, 2 settembre 2010

I nostri connazionali che si trovano detenuti all’estero sono quasi 3.000. Tra innocenti rimasti dietro le sbarre per anni, in condizioni disumane, e vittime di violenze, fino alla morte. 
Daniele Franceschi, il 36enne di Viareggio morto il 25 agosto nel carcere francese di Grasse, ufficialmente per un infarto, era uno dei quasi 3.000 italiani detenuti all’estero. Il caso di Angelo Falcone è emblematico. Il 9 marzo 2007 si trovava in India per una vacanza assieme al connazionale Simone Nobili. Alloggiavano in una casa, affittata per pochi euro, quando la polizia fece irruzione nell’abitazione. Non trovò nulla ma li arrestò lo stesso. Le forze dell’ordine dichiareranno poi di averli fermati per strada, assieme a due indiani, con 18 chili di hashish. Così nel 2008 vengono condannati a 10 anni di reclusione ciascuno. Rinchiusi nel carcere di Mandi, nel nord del Paese, ne sconteranno oltre tre anni prima dell’assoluzione, della riconsegna del passaporto e del rientro in Italia avvenuto nel maggio scorso. Per più di 36 mesi hanno dormito a terra con una coperta, mangiato solo riso e lenticchie e contratto diverse infezioni.
Simone Renda, purtroppo, è invece morto dietro le sbarre. Il giovane bancario di Lecce, allora 34en-ne, era in Messico per una vacanza. Il primo marzo del 2007 venne prelevato dalla polizia all’hotel Posada Mariposa di Playa del Carmen. Le forze dell’ordine, chiamate dal personale dell’albergo, credevano che Renda fosse in preda ai fumi dell’alcool o delle droghe e invece lo stato confusionale era dato da un malore. Viene arrestato, proprio quel giorno che un aereo da Can Cun lo avrebbe riportato in Italia. All’ingresso in carcere diagnosticano uno stato di disidratazione e un malessere. Viene anche suggerito un elettrocardiogramma, con trasferimento in ospedale, e somministrato un ipertensivo. Ma Renda uscirà dal carcere soltanto da cadavere la mattina del 3 marzo, sei ore dopo la scadenza del limite di 36 ore fissato per la carcerazione preventiva. Era già morto da diverse ore. La procura di Lecce sta indagando i responsabili del carcere messicano per omicidio volontario.
Gli italiani detenuti all’estero sono 2.905, di cui 1.842 già condannati (il 63,4%), mentre 1.063 (36,6%) in attesa di giudizio o dell’estradizione verso l’Italia. I dati, aggiornati al 31 dicembre 2009, sono del ministero degli Esteri. Ma secondo l’associazione Prigionieri del silenzio che si occupa della tutela dei diritti degli italiani arrestati all’estero, nelle prigioni straniere sarebbero circa 3.000 i nostri connazionali. Calcolando che per ognuno almeno altre dieci persone tra amici e parenti vivono questa problematica, sono circa 30mila gli italiani coinvolti indirettamente. Tornando ai dati ufficiali, nelle carceri europee ci sono 2.428 italiani (l’83,5%). Di questi 926 sono in attesa di giudizio. I Paesi con il più alto numero di italiani detenuti sono Germania (1.079), Spagna (458), Francia (231), Belgio (202), Regno Unito (192) e Svizzera (131). Fuori dall’Europa 384 connazionali sono nelle Americhe, in Asia e Oceania 55, tra Mediterraneo e Medio Oriente 35, nell’Africa subsahariana 3. Il numero più elevato è negli Stati Uniti (91), seguito da Venezuela (66), Perù (58), Brasile (54), Colombia (30) e Australia (30).

Lasciati soli dallo Stato

Katia Anedda è la presidente dell’associazione Prigionieri del silenzio che dal 2008 sostiene le famiglie, informa l’opinione pubblica e vigila sul rispetto dei diritti di tutti i detenuti italiani nel mondo.
Gli italiani detenuti all’estero “spesso vengono sottoposti a condizioni di vita lesive dei più elementari diritti dell’uomo”, spiega Katia Anedda, presidente e fondatrice dell’associazione Prigionieri del silenzio che dal 2008 assiste le famiglie dei nostri connazionali dietro le sbarre nei vari Paesi del mondo, informando anche l’opinione pubblica. “A volte non ricevono neppure le cure mediche né una appropriata difesa legale perché l’Italia in questi casi non prevede nemmeno il “gratuito patrocinio” e anche l’aiuto dei Consolati è facoltativo”.

Cosa pensa del caso di quest’ultimo italiano morto in Francia?

La famiglia sostiene che sia stato maltrattato. Ma se le lettere del detenuto con questi racconti sono state consegnate alle autorità italiane è molto grave perché significa che non se ne sono occupate abbastanza. E quando queste situazioni si nascondono succede il peggio. Anche se devo dire che a Nizza abbiamo seguito un altro caso e quel Consolato è sempre molto attento.

Qual è la situazione che devono affrontare famiglie e detenuti all’estero?

Dipende dai reati e da come si pone il Paese ospitante. Anche se bisogna dire che la maggior parte dei nostri Consolati non si interessa a questi casi. Molto dipende infatti da quanta pressione venga fatta dall’italiano detenuto e dalla sua famiglia al Consolato competente. La situazione resta tragica soprattutto per chi si trova in prigione in Paesi molto lontani dall’Italia. Dove è difficile anche solo capire i problemi e la reale situazione. A volte il telefono non basta anche perché spesso i reclusi non possono raccontare cosa stanno vivendo, altrimenti rischiano la vita. Inoltre molti detenuti fuori dall’Europa contraggono varie malattie, come l’epatite C, curabili solo al rientro in Italia sotto stretto controllo medico. Perché nelle prigioni di molti Paesi, la carenza di assistenza e di igiene può far diventare letali queste malattie. Altro problema gli elevati costi per le spese legali: spesso servono due avvocati, uno sul posto e l’altro in Italia, soprattutto quando avviene una violazione di diritti. Quali in particolare? Prendiamo il caso di un detenuto che chiede l’applicazione della Convenzione di Strasburgo che consente di scontare un terzo della pena residua in Italia. Anche i Paesi firmatari mantengono la discrezionalità sull’applicazione.

Un esempio concreto?

Il caso di Francesco Stanzione. Detenuto da ormai dieci anni in Grecia e condannato a 18 nonostante dichiari la sua innocenza, due anni fa ha chiesto di essere trasferito in un carcere italiano per scontare la pena. Ma la Grecia ha arbitrariamente chiesto 200mila euro per l’estradizione. Un escamotage per violare una Convenzione poco chiara e male applicata.

Avviene spesso la falsificazione di prove e documenti?

Purtroppo sì, soprattutto nei Paesi extra-europei. Mentre sono poche le violazioni riscontrate in Europa. Un discorso a parte è la Grecia che a mio parere per il modo di fare si comporta come un Paese di un altro continente.